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PARERE IN TEMA DI CONSOLIDAMENTO DELL’IPOTECA IN RELAZIONE ALL’OPERATIVITÀ DELLA REVOCATORIA FALLIMENTARE

PARERE IN TEMA DI SOVRAINDEBITAMENTO - RISOLUZIONE DELL'ACCORDO/PIANO OMOLOGATO PER INADEMPIMENTO: EFFETTI SUL CREDITO VANTATO DALLA BANCA.

L’art. 14, ai commi 2 ss. della Legge n. 3/2012, prevede che “Se il proponente non adempie agli obblighi derivanti dall'accordo, se le garanzie promesse non vengono costituite o se l'esecuzione dell'accordo diviene impossibile per ragioni non imputabili al debitore, ciascun creditore può chiedere al tribunale la risoluzione dello stesso”.

Benché il testo della disposizione non lo preveda expressis verbis, deve ritenersi – sulla falsa riga del principio affermato in tema di concordato preventivo, per cui la risoluzione non può essere pronunziata «se l’inadempimento ha scarsa importanza» - che anche nella disciplina della soluzione della crisi da sovraindebitamento non sia sufficiente il mero «inesatto adempimento», ma occorra un inadempimento sostanziale e rilevante, avendo riguardo non tanto agli obblighi verso il singolo creditore, quanto a quelli complessivamente assunti nei confronti della massa dei creditori.

Quanto agli effetti della risoluzione, il dettato normativo si limita a prevedere, all’art. 12, commi 3 ss. che “l'accordo omologato è obbligatorio per tutti i creditori anteriori al momento in cui è stata eseguita la pubblicità di cui all'articolo 10,comma 2. I creditori con causa o titolo posteriore non possono procedere esecutivamente sui beni oggetto del piano. L’omologazione deve intervenire nel termine di sei mesi dalla presentazione della proposta. Gli effetti di cui al comma 3 vengono meno in caso di risoluzione dell'accordo o di mancato pagamento dei crediti impignorabili, nonché dei crediti di cui all'articolo 7, comma 1, terzo periodo.

Già la lettera della norma suggerisce quella che, ad oggi, è l’interpretazione assolutamente dominante circa gli effetti della risoluzione in relazione alla posizione dei creditori, ossia che fin dal momento in cui il provvedimento di risoluzione è pronunciato e depositato, vengono meno nei confronti di tutti i creditori gli effetti inibitori e protettivi del patrimonio del debitore, sicché creditori aderenti ed estranei possono promuovere o proseguire gli ordinari mezzi di tutela delle proprie ragioni creditorie

In termini sostanzialmente analoghi la più recente dottrina ha affermato che “gli effetti conseguenti all’accoglimento della domanda avanzata dal ricorrente sono costituiti dalla caducazione retroattiva degli effetti modificativi dei rapporti obbligatori previsti dall’accordo, nonché da effetti collaterali, di inibitoria, nei confronti dei creditori estranei. Tali effetti si producono nei confronti di tutte le parti dell’accordo medesimo e comportano il venir meno, ex tunc, dei diritti reciprocamente acquisiti. Ne consegue che, dopo la risoluzione o l’annullamento, tutti i creditori anteriori alla proposta potranno agire nei confronti del debitore per l’intero credito originario, decurtato di eventuali pagamenti ricevuti”.

Occorre inoltre evidenziare i termini di decadenza imposti dalla legge con riferimento alla domanda di annullamento e risoluzione. 

L’art. 14 prevede al comma 1 bis  che “il ricorso per l'annullamento deve proporsi nel termine di sei mesi dalla scoperta e, in ogni caso, non oltre due anni dalla scadenza del termine fissato per l'ultimo adempimento previsto e al comma  3 che “ il ricorso per la risoluzione è proposto, a pena di decadenza, entro sei mesi dalla scoperta e, in ogni caso, entro un anno dalla scadenza del termine fissato per l'ultimo adempimento previsto dall'accordo.

Nel caso in cui tali termini non fossero rispettati il magistrato, rilevata la decadenza, dovrebbe respingere il ricorso, con la conseguenza che l’accordo omologato, benché non rispettato resti comunque vincolante tra le parti. Il creditore quindi potrebbe eventualmente agire per l’adempimento dell’accordo omologato stesso. 

Da un punto di vista squisitamente processuale si evidenzia come il procedimento per la dichiarazione di risoluzione è camerale (ex artt. 737 ss. c.p.c.) e la competenza è attribuita al Tribunale in composizione monocratica, con eventuale reclamo al Tribunale in composizione collegiale, nel termine perentorio di 10 giorni  (art. 739 c.p.c.).

E’ parere dello scrivente che tutti i principi sopra esposti debbano ritenersi validi anche per i creditori ipotecari, senza che agli stessi possa essere riconosciuta una disciplina ad hoc.

Infine si impongono due precisazioni, peraltro dettate dalla Legge in esame:

  • l'annullamento e la risoluzione dell'accordo non pregiudicano i diritti acquistati dai terzi in buona fede (art. 14, comma 4);
  • il giudice, su istanza del debitore o di uno dei creditori, dispone con decreto la conversione della procedura di accordo di composizione della crisi in quella di liquidazione del patrimonio di cui alla sezione II della Legge 3/2012 (art. 14 quater).

In conclusione, una volta ottenuta la risoluzione dell’accordo omologato nei termini di cui sopra, ogni creditore può agire in giudizio per ottenere il soddisfacimento integrale dell’originario credito, sussistendo la riviviscenza dello stesso.

Dottor Marco Nicoli