AZIONE REVOCATORIA FALLIMENTARE

Le procedure concorsuali rappresentano purtroppo il destino di un numero sempre più crescente di imprese. I fallimenti, in modo particolare, si portano dietro come pesante fardello una mole spesso ingente di crediti non riscossi. Al creditore non soddisfatto non rimane che chiedere di partecipare al riparto dell’attivo fallimentare secondo la par condicio creditorum, ovvero secondo quel complesso di norme che regola modalità, termini e ordine di liquidazione del patrimonio dell’impresa fallita. Ma spesso anche il creditore soddisfatto prima dell’apertura del fallimento non può dormire sonni tranquilli: lo stesso potrebbe infatti vedersi domandare dal Curatore fallimentare la restituzione di quanto ricevuto dal fallito, ciò in forza dell'azione revocatoria fallimentare. E’ questo uno strumento utilizzabile dal curatore allo scopo di ricostituire il patrimonio del fallito, facendovi rientrare quanto ne era uscito nel periodo antecedente al fallimento in virtù di atti del debitore insolvente posti in essere in violazione della par condicio creditorum. Con tale azione il curatore può rendere inefficaci gli atti di disposizione, i pagamenti e le garanzie poste in essere dal fallito nel cosiddetto periodo sospetto, ovvero il periodo ricompreso, a seconda dei casi, nell’anno o nei sei mesi antecedenti al fallimento. Presupposto dell’azione revocatoria è la conoscenza da parte del terzo dello stato di insolvenza del fallito. Tale conoscenza si presume per gli atti cosiddetti anomali (pagamenti di debiti non scaduti, o effettuati con mezzi anormali, o con prestazioni che superano di un quarto quanto corrispettivamente dato o promesso), revocabili se intervenuti entro l’anno dalla sentenza di fallimento, mentre deve essere specificatamente provata dal Curatore per i “normali” atti di disposizione intervenuti entro i sei mesi dalla stessa. In quest’ultimo caso, secondo il recente orientamento della cassazione, l’oggetto della prova a carico del curatore non è costituito né dalla effettiva conoscenza dello stato di insolvenza, né dalla mera conoscibilità da parte del creditore “medio”, bensì dalla “probabilità della conoscenza” fondata sulla valutazione delle concrete condizioni in cui si sia trovato ad operare lo specifico creditore ricevente. La revocatoria deve essere esercitata a pena di decadenza entro tre anni dalla dichiarazione di fallimento e comunque non oltre cinque anni dalla data dell'atto. Non tutti gli atti compiuti da soggetti insolventi, tuttavia, possono essere oggetto di revocatoria. Tra le esenzioni previste: la vendita a giusto prezzo di immobili destinati ad abitazione principale dell'acquirente o di suoi stretti parenti od affini, i pagamenti effettuati nell'esercizio normale dell'impresa, i pagamenti per prestazioni di lavoro, i pagamenti posti in essere in esecuzione di un concordato preventivo o di un piano certificato idoneo a consentire il risanamento dell’esposizione debitoria.

Avv. Andrea Noseda - Avv. Giuseppe Del Campo