I REATI DI BANCAROTTA

I reati di bancarotta disciplinati dalla legge fallimentare rappresentano le fattispecie più significative dei reati fallimentari, così chiamati in quanto presuppongono l’avvenuto fallimento dell’impresa. Nello schema della bancarotta rientra un’ampia gamma di condotte, caratterizzate da dolo, ma talune anche semplicemente colpa (come per la bancarotta semplice), attive o omissive che, concretandosi in atti contrari all’obbligo di conservazione del patrimonio societario, di destinazione dei beni alla funzionalità dell’impresa e di buona gestione amministrativa, o in un abuso o infedeltà nell’esercizio della carica ricoperta o in un atto intrinsecamente pericoloso per l’andamento economico-finanziario della società siano stati causa del fallimento o abbiano concorso a cagionare o ad aggravare il dissesto dell’impresa. L’indeterminatezza dei reati rende spesso difficile capire quando si violano tali norme. Il fallimento finisce infatti per colpire anche condotte dell’imprenditore non connotate da un effettivo disvalore sociale. Tale rischio è aggravato dalla natura del reato di bancarotta che ricomprende anche condotte che pur non essendo di per sé stesse illecite, costituendo anzi prassi comuni nell’ambito di un’ordinaria gestione commerciale e amministrativa, lo divengono nel momento in cui sono connesse ad uno stato di insolvenza dell’impresa. Il caso tipico è quello della bancarotta preferenziale che punisce atti di per sé normali e anzi doverosi nell’ambito di un’usuale gestione imprenditoriale, quali il pagamento dei debiti e il riconoscimento di prelazioni, qualora, in considerazione dello stato di dissesto dell’impresa, favoriscano taluno dei creditori in danno degli altri. Nello stesso senso possono costituire fatti tipici di bancarotta i prelevamenti per compensi all’amministratore, la vendita di beni sottocosto o collocabili sul mercato, la vendita ad un acquirente non solvibile. Spesso ad assumere carattere illecito sono anche quei comportamenti dettati dal desiderio dell’imprenditore di fare di tutto per non vedere perso quanto costruito in anni di lavoro. E’ spesso animato da tale sentimento e pur punibile dalla legge penale, l’imprenditore che nel disperato tentativo di salvare l’impresa ponga in essere operazioni imprudenti finendo per aggravare il proprio dissesto o si astenga dal far dichiarare il proprio fallimento nella vana speranza di una possibile ripresa. Appare da questo punto di vista, e non solo da questo, opportuno che l’imprenditore, anche quello animato dalle migliori intenzioni, qualora si trovi in stato di difficoltà, si affidi quanto prima ad una guida professionale che ne consigli con la sufficiente oggettività i passi necessari a evitare, se non il fallimento, le ulteriori possibili conseguenze pregiudizievoli ad esso connesse.

Avv. Andrea Noseda - Avv. Giuseppe Del Campo